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“I giorni della Campagnola”

Un affascinante racconto scaturito dalla moviola dei ricordi di un grande appassionato di automobili e profondo conoscitore dei veicoli a trazione integrale.

Che sull’onda delle tracce della sua infanzia a motore, a due e quattro ruote, delinea un quadro molto incisivo della realtà automobilistica italiana nell’immediato dopoguerra.

Una realtà nella quale una delle protagoniste assolute è stata la mitica Fiat Campagnola, il primo fuoristrada italiano rimasto in produzione fino al 1987.

 

Nell’estate di molti anni fa, era l’agosto del 2011, per una serie di circostanze sfortunate, nell’arco di ventiquattr’ore ho perso entrambi i miei genitori.

E da allora ogni anno, all’approssimarsi della bella stagione, mi assale inevitabilmente un velo di rammarico misto a una leggera malinconia.

E nella moviola della mia fantasia riaffiorano alcuni dei ricordi più belli legati ai miei “fossili” (come affettuosamente li chiamavo da anni).

Tra questi, uno dei più intensi e indelebili è senz’altro quel periodo che io ricordo come “I giorni della Campagnola”.

Un’epoca felice e spensierata della mia infanzia che, probabilmente, ha svolto anche un decisivo ruolo di imprinting nell’innescare nella mia mente di bambino i prodromi delle future scelte professionali che avrei intrapreso molti anni dopo da adulto. Ma procediamo con ordine.

La passione per le auto, e di tutto quell’universo che oggi viene denominato come automotive, l’ho avuta fin da bambino.

E il virus delle quattro ruote si è insinuato nella mia mente da quando avevo quattro anni, allorché convinsi mia madre a regalarmi un modellino di una Jeep di latta scovata su una bancarella della fiera del paese che si svolgeva ogni anno in occasione della festa patronale.

Erano gli anni del dopoguerra e si respirava già nell’aria le prime avvisaglie di quella ripresa economica che qualche anno dopo avrebbe assunto i connotati del “boom degli anni Sessanta”.

Mi sentivo il bambino più felice del mondo per quella piccola Jeep con la livrea dell’esercito americano che, per certi versi, rappresentava anche un piccolo omaggio alla nazione che ci aveva portato fuori dal secondo conflitto mondiale e che, negli anni successivi, avrebbe svolto un ruolo determinante nel risollevare l’economia del nostro Paese.

Nei giorni successivi, grazie all’aiuto di mio fratello, con palette e rastrelli da spiaggia allestimmo in giardino una sorta di pista off-road ricca di curve, pendenze laterali, salite, dossi e discese.

Intorno alla quale trascorrevano interi pomeriggi a provare e riprovare  la mia piccola Jeep rigorosamente mossa a mano.

E sempre sotto gli sguardi incuriositi del nostro amico a quatto zampe, un bellissimo pastore abruzzese che forse non capiva cosa stessimo facendo, ma intuiva comunque che per noi fosse qualcosa di importante.

E nelle sue corse pazze, quando scorrazzava ovunque in lungo e in largo, evitava infatti accuratamente di calpestare la nostra “pista di prova”.

Qualche anno dopo mio padre mi regalò un modellino in legno di un pullmino Vokswagen, il glorioso Transporter T1 (prodotto dal ’49 al ’67), il modello che ben presto sarebbe diventato una vera e propria icona dei “figli dei fiori”.

Era lungo più di mezzo metro, ma a me sembrava enorme e quando lo spingevo correndo attraverso l’unica via del paese tutti i miei amichetti mi seguivano estasiati urlando a squarciagola.

Nel frattempo la mia cameretta si tappezzava di foto e manifesti (non si parlava ancora di poster) di automobili che, di nascosto, ritagliavo dalla collezione di “Quattroruote” di mio padre.

Tra tutte le immagini, svettava in alto su tutte la foto di una maestosa Cadillac Eldorado (all’epoca una delle auto più costose al mondo) con un grosso titolo: “L’auto da dieci milioni”.

Allora c’erano ancora le lire, ma una somma del genere era veramente notevole per l’acquisto di un’auto e la cifra potrebbe essere paragonata a quella necessaria per comprare oggi una supercar prodotta nella Motor Valley.

Per avere un’idea del valore di quell’auto basti pensare che la nostra casa di quattro stanze con giardino era costata poco più di tre milioni.

Meno preziosa ma altrettanto affascinante era la Giulietta Sprint di mio zio Stefano, il dandy di famiglia, con cui avevo un ottimo feeling e un grande rapporto di complicità.

Una volta mentre andavamo al mare, su un lungo rettilineo prima di raggiungere l’Adriatico, ho sbirciato il tachimetro che segnava i 180 kmh.

Mi sembrava di aver viaggiato ad una velocità supersonica, e provai una emozione talmente intensa che nei parlai con orgoglio per una settimana sui banchi di scuola.

Decisamente più tranquilla era invece la nostra prima auto di famiglia, la gloriosa 500 C “Topolino” Giardiniera Belvedere (prodotta solo tra il 1950 e il 1952) con tettuccio interamente apribile, che può essere considerata a tutti gli effetti l’antesignana delle attuali station wagon.

Ufficialmente era omologata per cinque posti, ma nel corso delle gite al mare la riempivamo fino all’inverosimile.

Per non parlare del portapacchi sul tetto, stracolmo di ombrelloni, sdraio e due enormi contenitori termici (allora si chiamavano “ghiacciaie”) pieni di viveri e bevande che avrebbero sfamato una decina di persone per almeno una settimana.

Oltre alla nostra famiglia, si imbarcavano a bordo anche una coppia di zii, l’immancabile nonna e due cuginetti.

Ricordo che noi piccoli ci intrufolavamo nel bagagliaio posteriore e ci divertivamo un mondo a giocare in quello spazio angusto in attesa di arrivare in spiaggia.

In famiglia inoltre si sono avvicendate anche delle gloriose due ruote, come la Guzzi Falcone 500 (sulla quale viaggiavo appollaiato sul serbatoio e le mani saldamente ancorate al manubrio) e la Lambretta (D 125 del 1952) della mia mamma. Ma torniamo alle quattro ruote.

Dopo qualche anno, siamo arrivati verso la fine degli anni Cinquanta, la “Topolino” andò in pensione e mio padre decise di prendere una nuova macchina, ma solo FIAT s’intende.

Per nessuna ragione al mondo avrebbe acquistato una vettura straniera e così arrivò la Campagnola, con tettuccio in tela, che modificò radicalmente anche il nostro modo di trascorrere il tempo libero.

Sono stati anni bellissimi e la Campagnola diventò ben presto la protagonista delle nostre vacanze al mare e in montagna.

In estate,  sulla spiaggia di Pescara, ci spingevano senza problemi (allora non c’erano divieti di sorta e gli ambientalisti dovevano ancora essere inventati) fino al bordo del mare.

In inverno invece, sulle piste di Roccaraso, non c’era strada o sentiero innevato che riuscisse a fermare la nostra Campagnola, anche senza usare le catene.

E fu proprio nel corso di queste trasferte che prese forma la mia “iniziazione” alla conduzione di un veicolo, dal momento in cui mio padre decise di insegnarmi a guidare.

Non avevo ancora compiuto otto anni quando un giorno mi prese in braccio e mi diede il volante in mano, mentre lui continuava a gestire i comandi.

A poco a poco ho imparato a realizzare come funzionava un’automobile, come impostare le traiettorie, come restare nei bordi della carreggiata e come comportarsi seguendo o incrociando altri veicoli.

E anche la fiducia di mio padre, sempre vigile e attento, nei miei confronti cresceva progressivamente.

Il primo passo fu quello di abbandonare progressivamente il controllo del volante, fino a lasciarlo completamente nelle mie mani.

Anche se mi arrabbiavo tantissimo, ma non dicevo nulla, ogni volta che mi accorgevo che stava per correggere la traiettoria con un suo intervento.

In seguito iniziò ad affidarmi l’acceleratore, poi il freno, e infine finalmente anche alla frizione quando orami avevo imparato perfettamente come usare il cambio, durissimo rispetto a quelli di ultima generazione.

E così in meno di un anno ero praticamente in grado di guidare da solo la Campagnola in condizioni di massima sicurezza, ma continuavo a farlo stando ovviamente in braccio a mio padre.

Anche perché diversamente, a causa della mia statura, non sarei mai arrivato a toccare i pedali…

Molti anni dopo i ruoli si invertono e sarà mio padre a “rubarmi” ogni tanto il mio mitico Laverda 750 SF, il potentissimo bolide (il primo immatricolato in Italia, nel 1971) che mi aveva regalato in occasione della maturità.

Glielo cedevo volentieri, ma in cambio non poteva sottrarsi all’onere di prestarmi la sua Alfa 1750 GT. Grazie Papà.

Giorgio Rosato

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