Nuova Mitsubishi Space Star, la prova su strada della citycar

Gen 7, 2014 , ,

Mitsubishi Space Star. Qualche volta una boccata di aria buona non guasta. Con la Space Star, ultima nata della Mitsubishi, ci sembra di rivivere, perché ci fa tornare al volante di un’auto “normale”.

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Porta il nome che in passato era stato adottato per un modello altro tipo. Ma questo è un prodotto completamente diverso. Si tratta di una berlina due volumi (4 porte più portellone, 5 posti) che ha le carte in regola per confrontarsi senza complessi di inferiorità con altre ottime vetturette del segmento B,  di marca Fiat, Peugeot, Ford, Kia, Suzuki, Hyundai. Ha dimensioni compatte (3,71 metri di lunghezza) peso contenuto (845 chili), bagagliaio da 235 litri, design inedito e filante. La aerodinamica avanzata (CX 027), un ottimo sistema Stop and Go e la funzione ECO (evidenziata dalle tre tacche e dalla fogliolina verde) mantengono bassi i consumi: 4 litri ogni 100 chilometri nella versione da noi provata con il nuovo motore 1.2 a benzina da 80 CV, 180 Km/h, cambio manuale a 5 marce ben scalate. Anche le emissioni (92 g/Km) sono al passo coi tempi.

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La sicurezza è affidata a 6 airbags, ABS con controllo di stabilità e trazione, dispositivo per la frenata di emergenza. Sono impeccabili la stabilità, la tenuta di strada e la maneggevolezza, garantita da un raggio di sterzata di appena 4,6 metri. Dunque una buona, onesta city car, adatta anche a viaggi di media percorrenza, grazie a un abitacolo spazioso e confortevole, curato con materiali di discreto livello qualitativo.

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La nuova Space Star, nata da un progetto globale, che per tanto la porterà in una infinità di Paesi, è costruita nell’impianto tailandese di Mitsubishi, ad un ritmo di 120.000 unità annue, con possibilità di raggiungere le 300.000 della capacità produttiva massima. Per il momento non è disponibile la motorizzazione Diesel;  in prosieguo di tempo potrebbe venire proposta secondo le intenzioni dei vertici della Casa giapponese, una versione elettrica. Sarebbe ingeneroso trattare la nuova Mitsubushi alla stregua di una delle solite cosiddette “low cost”, perché è ben di più e di meglio di una utilitaria. A nostro avviso, oltre ad essere un prodotto di qualità, ha il pregio di restituire dignità al mezzo di trasporto per eccellenza. Un’auto, come dicevamo all’inizio, “normale”, priva di marchingegni tecnologici e informatici esasperati, non sempre utili, fronzoli, orpelli, trastulli, passatempi, che bisticciano con la sicurezza di chi guida, di chi siede con lui a bordo e degli altri utenti della strada. All’insegna di quell’ormai inflazionato termine “full opzional”, molti Costruttori riescono a rifilare ai clienti veri e propri specchietti per le allodole. Quando si rompono non c’è chi li ripara, c’è soltanto chi li sostituisce, guadagnandoci  un’altra volta. Il venditore ride, il cliente piange. Perché non tiene presente il famoso detto di Ford: “ciò che non c’è non si rompe”.

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  Cesare Castellotti

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