La questione Ferrari non è più soltanto una questione di prestazioni. È diventata una questione di credibilità, di gestione delle aspettative e, soprattutto, di leadership. Le dichiarazioni di Lewis Hamilton riaprono una ferita che a Maranello non si è mai davvero rimarginata: quella di una squadra che continua a promettere un salto di qualità, ma fatica a trasformare le ambizioni in risultati.
Il punto centrale è che Hamilton non è un pilota qualsiasi. È un sette volte campione del mondo, un uomo abituato a lavorare in strutture organizzate, dove ogni reparto ha responsabilità precise e dove gli errori vengono analizzati senza cercare alibi. Il suo arrivo in Ferrari doveva rappresentare molto più di un’operazione sportiva e mediatica: doveva essere il segnale di una nuova mentalità. Ma quando un campione del suo calibro manifesta pubblicamente insoddisfazione, il problema non può essere liquidato come una semplice difficoltà di adattamento.
Il problema è che, dopo il Gran Premio del Messico, il malessere è emerso in maniera molto più evidente. La Ferrari aveva finalmente mostrato una buona competitività, conquistando la pole position con Hamilton e mettendo Leclerc in terza posizione. Alla partenza, le due SF-26 si sono ritrovate addirittura al comando della corsa. La vittoria, o quantomeno una doppietta, era un obiettivo concreto.
Invece è successo esattamente ciò che una squadra in lotta per il vertice dovrebbe evitare: i due piloti si sono ostacolati a vicenda, hanno affrontato Curva 4 in una situazione di eccessiva aggressività e hanno spalancato la porta a Max Verstappen. Hamilton ha perso il comando, mentre Leclerc, dopo aver tagliato la curva e mantenuto un vantaggio, ha ricevuto cinque secondi di penalità. Risultato finale: secondo posto per l’inglese e quarto per il monegasco. Una vittoria potenzialmente alla portata trasformata in un’occasione sprecata.
Ma è soprattutto il dopo gara ad aver acceso la miccia. Hamilton non ha nascosto la propria irritazione e ha parlato apertamente di una situazione che, a suo giudizio, non può continuare così. Il passaggio più significativo riguarda la gestione dei rapporti interni: «Non abbiamo regole di ingaggio» e, soprattutto, «fino a questo momento non è stato fatto praticamente nulla». Parole che pesano perché non rappresentano soltanto la rabbia di un pilota che ritiene di aver perso una vittoria, ma mettono in discussione la capacità della squadra di intervenire quando si verificano situazioni potenzialmente dannose.
Hamilton ha anche sottolineato un aspetto fondamentale: quando un compagno di squadra finisce per correre contro di te, il problema non è più soltanto sportivo, ma diventa organizzativo. Il britannico non ha chiesto necessariamente di essere privilegiato rispetto a Leclerc. Ha chiesto, piuttosto, che esistano criteri chiari e condivisi, capaci di impedire che una rivalità interna comprometta il risultato della Ferrari.
Ed è qui che entra in gioco Fred Vasseur.
Il team principal francese, che pare sia anche socio in affari con Leclerc nella SWI ma alla Ferrari nessuno ha da ridire anzi si finge di non sapere, si trova in una posizione particolarmente delicata. Da una parte deve proteggere l’autonomia dei suoi piloti, entrambi campioni e protagonisti di una rivalità inevitabile. Dall’altra deve dimostrare di avere il controllo della situazione. Non basta invitare tutti a lavorare per la squadra: occorre stabilire regole, farle rispettare e soprattutto avere il coraggio di prendere decisioni quando necessario.
Le sue dichiarazioni dopo il Messico sono state durissime. Vasseur ha parlato di una mancanza di rispetto nei confronti del marchio, degli sponsor e delle circa duemila persone che lavorano al progetto Ferrari. Ha anche ammesso di essere molto arrabbiato, sottolineando come la situazione stia rischiando di sfuggire di mano. Non ha però voluto attribuire immediatamente le responsabilità a uno dei due piloti, rimandando ogni valutazione al confronto interno. La sua posizione, tuttavia, non è semplice. Perché se è vero che Leclerc ha commesso un errore nella gestione del duello, è altrettanto vero che la Ferrari deve interrogarsi sulle proprie responsabilità. La squadra aveva il dovere di gestire una situazione delicata e di evitare che due vetture dello stesso team si trasformassero in avversarie.
La questione, inoltre, non nasce in Messico. Già in precedenza si erano verificati episodi di tensione tra Hamilton e Leclerc, con il Gran Premio d’Italia a rappresentare un altro momento controverso. È evidente che la convivenza tra due piloti con ambizioni da vittoria richiede una struttura di comando molto forte. E proprio su questo punto la Ferrari deve dimostrare di essere cresciuta.
C’è poi un elemento che rende tutto ancora più interessante. Soltanto poche settimane prima, Hamilton aveva preso pubblicamente le difese di Vasseur, definendolo l’uomo giusto per guidare la Ferrari e sostenendo che le critiche nei suoi confronti fossero spesso eccessive. Aveva però aggiunto un particolare tutt’altro che secondario: all’interno della squadra c’erano ancora cambiamenti da fare e lui stesso avrebbe continuato a lavorare con chi aveva il potere di realizzarli. Insomma, fiducia nel team principal, ma nessuna promozione a pieni voti dell’intera organizzazione.
Anche la posizione di Vasseur, sul piano societario, va letta con attenzione. Ferrari ha ribadito ufficialmente la propria fiducia nel francese, soprattutto dopo le indiscrezioni legate a un possibile interesse per Christian Horner. La dirigenza, con John Elkann e Benedetto Vigna, ha chiarito che le scelte sono già state fatte e che Vasseur resta al suo posto. Non ci sono quindi elementi per parlare di un imminente cambio al vertice. Ma la fiducia della proprietà non cancella la necessità di risultati e, soprattutto, di una gestione più efficace.
L’impressione è che il vero esame di Vasseur cominci proprio adesso. Non tanto per la capacità di costruire una macchina competitiva, perché in Messico la Ferrari ha dimostrato di avere finalmente il passo per vincere, quanto per la capacità di trasformare una squadra veloce in una squadra vincente. Sono due cose molto diverse. Il rischio più grande, infatti, è che Hamilton e Leclerc finiscano per diventare due centri di potere autonomi, con la squadra costretta a rincorrere le loro ambizioni anziché indirizzarle. Sarebbe un errore gravissimo, soprattutto in una stagione in cui ogni punto può fare la differenza nella lotta al vertice. E attenzione: non si tratta di scegliere Hamilton contro Leclerc o Leclerc contro Hamilton. Sarebbe una lettura superficiale. La Ferrari ha bisogno di entrambi, ma deve anche ricordare che nessun pilota può essere più importante del progetto.
Vasseur deve quindi uscire dalla logica delle dichiarazioni a caldo e passare ai fatti. Servono regole di ingaggio precise, una comunicazione efficace dal muretto e una gerarchia operativa riconoscibile. Non necessariamente un primo e un secondo pilota, ma un principio inderogabile: la battaglia interna non deve mai compromettere il risultato della squadra. Il Gran Premio del Brasile, in questo senso, sarà un banco di prova importante. Non basterà verificare se la Ferrari sarà ancora competitiva sul piano tecnico. Bisognerà capire se quanto accaduto in Messico avrà prodotto un chiarimento vero oppure soltanto una tregua momentanea. Perché il paradosso della Ferrari di oggi è proprio questo: sembra avere finalmente una macchina in grado di giocarsela con gli avversari, ma rischia di perdere terreno per problemi che non riguardano né l’aerodinamica né il motore.
E allora la domanda non è soltanto quanto durerà Vasseur, né quanto ancora Hamilton sarà disposto ad aspettare. La domanda è se a Maranello esista davvero una leadership capace di mettere tutti nella condizione di lavorare per un obiettivo comune. Hamilton ha lanciato un messaggio molto chiaro. Vasseur ha risposto con parole altrettanto dure. Adesso, però, servono decisioni. Perché la Ferrari non può permettersi di essere competitiva soltanto fino alla prima curva. E soprattutto non può continuare a perdere vittorie per una guerra interna che, prima o poi, qualcuno dovrà avere il coraggio di governare.
Vasseur deve prendere cinque decisioni molto precise, e soprattutto dimostrare che è lui a comandare in Ferrari. Perché il problema non è soltanto quello che è successo in Messico: è il ripetersi di situazioni nelle quali Hamilton e Leclerc sembrano gestire la propria gara senza una linea comune.
Cosa dovrebbe fare Vasseur?
- Stabilire regole di ingaggio non negoziabili
Hamilton ha ragione su un punto: non si può lasciare tutto all’istinto dei piloti. Bisogna stabilire che il compagno di squadra può essere attaccato, ma senza compromettere il risultato della Ferrari. Niente manovre disperate, niente contatti evitabili e, soprattutto, niente vantaggi ottenuti uscendo dai limiti della pista senza restituire la posizione quando richiesto.
- Dare al muretto il potere di intervenire.
Questa è probabilmente la decisione più importante. Se due Ferrari sono prima e seconda, il muretto deve poter intervenire quando il duello rischia di favorire un avversario. Non significa congelare sistematicamente le posizioni, ma avere l’autorità di chiedere ai piloti di mantenere le posizioni in determinate fasi della gara. In Messico si poteva evitare di regalare a Verstappen l’occasione di inserirsi tra le due Rosse.
- Chiarire le responsabilità di Hamilton e Leclerc
Non fare sconti (e favoritismi) a nessuno. Leclerc deve capire che l’ambizione di vincere non giustifica qualsiasi manovra. Hamilton, dal canto suo, deve evitare che la frustrazione si trasformi in una continua contrapposizione pubblica con il compagno. Entrambi devono rispondere alla squadra, non soltanto ai propri obiettivi.
- Introdurre conseguenze interne
Non servono multe spettacolari o punizioni mediatiche. Serve però un sistema di responsabilità. Chi viola le regole concordate deve essere richiamato e, in caso di recidiva, deve sapere che potranno esserci conseguenze anche nelle strategie di gara. Le regole devono valere per entrambi, senza eccezioni.
- Vasseur deve assumersi personalmente la responsabilità della gestione
Qui si arriva al punto più delicato. Non basta arrabbiarsi davanti alle telecamere e parlare di mancanza di rispetto verso le duemila persone che lavorano a Maranello. È giusto richiamare i piloti alle loro responsabilità, ma il team principal deve anche riconoscere che la gestione della situazione compete a lui. Se le tensioni si ripetono, significa che qualcosa nel sistema di comando non funziona.
Ma c’è una sesta decisione da evitare: nominare un primo pilota
Mettere Hamilton davanti a Leclerc o fare il contrario sarebbe un errore politico e sportivo. Hamilton ha l’esperienza e il palmarès, Leclerc conosce profondamente la Ferrari ed è il pilota sul quale la squadra ha costruito una parte importante del proprio futuro. Devono avere le stesse opportunità, almeno finché la classifica non imporrà una scelta. In conclusione Vasseur non deve dimostrare di essere più forte di Hamilton o di Leclerc ma deve dimostrare di essere il loro capo. Se non riesce a farlo, il problema non sarà più il carattere dei piloti, ma la sua capacità di guidare la Ferrari. E a quel punto anche la fiducia di Elkann e della dirigenza potrebbe non bastare. Perché una Ferrari che ha ritrovato competitività tecnica ma non riesce a gestire i propri campioni rischia di essere una squadra veloce non una squadra vincente.
Franco Liistro





